
Seppur scritto in modo semplice e scorrevole, gli argomenti trattati dallo scrittore napoletano sono incisivi e pesanti come macigni, e fanno presto a fare breccia nelle meningi di chi, come me, era totalmente all’oscuro di quello che fosse il sistema imprenditoriale camorrista se non per le poche notizie di cronaca che ogni tanto compaiono sui giornali. Dalle stragi del 92’ i riflettori mediatici nazionali e l’attenzione dei cittadini sono state focalizzate principalmente su cosa nostra e paradossalmente ciò ha consentito lo sviluppo e l’affermazione del sistema camorrista a più livelli. Nel libro viene messo in luce come il sistema dell’imprenditoria tessile fiancheggi la camorra, Napoli risulta essere la città dagli affari sporchi, supermercato della droga, infine discarica di mezza Europa. Le problematiche sociali che fanno da substrato al sistema camorrista sono per lo più comuni a quelle della mafia, ma l’apice della cupola espresso nella figura del boss, risulta differente tra i due sistemi. Sè il boss di cosa nostra vive quartiatu comunicando attraverso pizzìni, il camorrista gode di una villa in stile Scarface con tanto di servizio di bodyguard, fiancheggiatori, guardaspalle, baby-affiliati. I clan che si sotituiscono alle banche offrendo prestiti e mutui a tassi di interesse migliori rispetto a queste, i clan che offrono lavoro all’estero ai neo-laureati e che riciclano denaro aprendo ristoranti e pub ad Aberdeen… c’è veramente di tutto in questo libro che a mio avviso andrebbe copiosamente consumato.
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